Una delle conseguenze dell’armistizio dell’8 settembre 1943, con i vertici dello Stato – a cominciare dal re – in fuga e il Regio Esercito privo di ordini, fu la cattura, nel giro di pochi giorni, di settecentomila ufficiali, sottufficiali e soldati. Per loro, i nazisti coniarono il termine “Internati militari italiani (IMI)”, per non conferire quella qualifica di prigionieri di guerra che avrebbe risparmiato loro, ad esempio, le asprezze del lavoro coatto.
Un modo per vendicarsi di un’Italia considerata traditrice per aver firmato una pace separata con gli Alleati, certamente. Ma anche per usare disinvoltamente la forza lavoro di quei giovani sani e forti (erano stati fino ad allora militari in servizio), in un momento nel quale milioni di uomini tedeschi avevano lasciato campi, miniere e officine per servire nelle forze armate di Berlino.

Quando poi, frettolosamente formata la Repubblica Sociale Italiana i nazifascisti cercarono di reclutare per il nuovo esercito “repubblicano” quegli stessi militari che avevano rinchiuso tra i reticolati, la quasi totalità di essi scelsero di dire no: chi per convinta volontà antifascista, chi per un immutato senso di fedeltà nei confronti del re (ancora nel 1946, dieci milioni di italiani, maggioritari in Meridione ma anche nel sabaudo Piemonte, votarono per il mantenimento del regime monarchico), chi semplicemente per seguire l’esempio dei propri ufficiali e commilitoni.
In ogni caso, rifiutarono di andare a fare i boia del loro stesso popolo per conto di Adolf Hitler e Benito Mussolini.
Non fu una scelta comoda: gli internati militari non erano oggetto di sterminio programmato, diversamente dagli ebrei, ma il mix disumano di denutrizione, lavori forzati usuranti e condizioni igieniche intollerabili ai quali erano sottoposti, causò la morte di moltissimi di loro, circa 50mila, molti deceduti ancora dopo la fine della guerra per gli stenti e le infezioni.

Non si erano ancora spenti gli echi del conflitto mondiale, nel 1945,che veniva costituita l’ANEI, Associazione Nazionale Internati Militari, con lo scopo di unire i protagonisti di quella che fu una sorta di Resistenza senz’armi e di tutelarne i diritti. Oggi l’ANEI, che per motivi facilmente comprensibili, raccoglie ormai pochissimi protagonisti diretti di quella tragica epopea, ma molti dei loro figli e figlie, nonché nipoti, orgogliosi custodi di quella memoria e dell’esempio che ne deriva. Proprio qui a Torino, a partire da oggi, si svolgono le celebrazioni per gli 80 anni dalla fondazione dell’ANEI. Ad aprirle, un incontro svoltosi nella Sala delle Colonne di Palazzo Civico, preceduto da una serie di saluti dei rappresentanti delle istituzioni, tra i quali l’assessore Marco Porcedda e la presidente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo.
Nel suo intervento, la presidente Grippo ha sottolineato l’impegno delle istituzioni locali e della Città di Torino, medaglia d’oro della Resistenza, nel favorire l’importante programma delle celebrazioni volte a ricordare il contributo non armato apportato degli Internati militari alla Resistenza. Al tema del passato e dell’avvenire teniamo particolarmente, ha aggiunto Grippo, riconoscendo ad associazioni come l’ANEI un valore assoluto per custodire la memoria, ma anche in quel lavoro di formazione necessario a far sì che non vengano messi in discussione i traguardi importanti raggiunti a seguito di quella pagina di Storia.

Al termine dell’incontro, che ha visto i contributi dello storico Gianni Oliva, del ricercatore in filosofia politica Amedeo Costabile e del teologo don Dario Vitali – con le conclusioni di Anna Maria Sambuco, presidente nazionale ANEI – ha avuto luogo, in piazza Palazzo di Città, un concerto della Banda musicale della Polizia Locale di Torino, aperto dall’Inno Europeo.
(Claudio Raffaelli)
