La repubblica arriva a Torino nel dicembre del 1798, sulla punta delle baionette dell’armée révolutionnaire francese. Una parentesi piuttosto effimera, circa sei mesi – per riavere la Repubblica, questa volta sulla punta delle matite copiative del referendum istituzionale, ci vorranno quasi 150 anni – ma che avvia un periodo il quale lascerà tracce importanti nella storia della nostra città.
Questo il tema sviscerato nel volume 1789-1799. La municipalità repubblicana di Torino nel solco della Rivoluzione francese, pubblicato ormai molti anni fa nella collana degli Atti consiliari – Serie storica a cura del Consiglio comunale di Torino e dell’Archivio Storico, presso il quale è ancora disponibile. Un’opera collettiva (Giorgio Vaccarino, Rosanna Roccia e Luciana Manzo), comprendente ampi estratti di documenti dell’epoca, che ci porta a scoprire i diciotto componenti della municipalità repubblicana, non eletti ma scelti dal generale in capo francese Barthélemy Joubert (il quale sarebbe caduto in battaglia pochi mesi dopo, a Novi Ligure).

Diciotto persone, tutte di genere maschile ma di varia estrazione. Ci sono esponenti dell’antica aristocrazia piemontese (come Ottavio Alessandro Falletti di Barolo e Amedeo Chiavarina di Rubiana, evidentemente ben disposti verso il nuovo potere (con una certa venatura gattopardesca), poi professionisti come l’avvocato Pietro Pinchia o il medico Benedetto Costanzo Bonvicino, il commerciante Clemente Garzone, artigiani come il sellaio Michele Riva. Alcuni di loro già facevano parte del governo cittadino sciolto dagli invasori francesi, però il tutto appare acqua passata. Tutti saranno chiamati a giurare “odio ai Re, ed all’Anarchia, e di fedeltà, ed attaccamento alla Libertà ed all’Eguaglianza”. Intanto, il motto della Municipalità, riportato sui salvacondotti da essa rilasciata, diventa “Libertà, virtù, eguaglianza”.
Una Guardia nazionale composta dagli uomini tra i 18 e i 45 anni – ne sono esentati “i poveri” e i domestici – viene formata sulla base delle “isole” nelle quali è suddivisa Torino e inquadrata agli ordini di quasi trecento ufficiali. Ma il comandante in capo è il generale francese Emmanuel Grouchy e le armi distribuite saranno sempre insufficienti, anche per la scarsa fiducia, che si rivelerà non proprio immotivata, nei confronti di quell’improvvisato corpo militare.
Fra tensioni politiche e militari, tra il gesto di offrire l’annessione del Piemonte alla République, la minaccia costituita dagli eserciti absburgico e russo attestati a Milano e ormai in procinto di attraversare il Ticino, le masse contadine fedeli ai Savoia e inquadrate militarmente da un ex ufficiale austriaco (senza parlare delle tensioni con i Giacobini) sono mesi a dir poco convulsi. Fatto sta che nel maggio del 1799, le truppe russe e austriache, spalleggiate dai “sanfedisti” leali ai Savoia entrano senza troppa fatica in una Torino che in buona parte li accoglie con un certo sollievo. La stessa Guardia nazionale ne faciliterà l’ingresso in città, nonostante la scritta tracciata poche settimane prima, sotto l’effigie della Libertà dipinta di fresco su Palazzo Civico, “il conservarla sia nostra cura”.

L’epopea della Municipalità repubblicana è finita. I francesi poi torneranno a seguito della loro vittoria a Marengo e inizierà la turbolenta epoca napoleonica, che non si concluderà che nel 1815, dopo Waterloo: un’epoca dalla quale Torino uscirà radicalmente trasformata dal punto di vista urbanistico a partire dallo smantellamento della sua formidabile cinta fortificata.
Tuttavia, come ben mostra la terza parte del volume in questione, tra le convulsioni dei diversi avvenimenti politici e militari, la Municipalità repubblicana si occupa anche dell’ordinaria amministrazione di una città che contava già oltre 60mila abitanti, più alcune migliaia nei sobborghi al di fuori delle mura. Si trovano enumerati atti che spaziano dal controllo sulla macellazione dei vitelli alle misure contro l’accattonaggio, dalle forniture di grano e foraggio all’assegnazione di sciabole agli ufficiali della Guardia, fino allo scioglimento degli uffici della Santa Inquisizione, con la rimozione dell’inquisitore in carica, un tale Caras.
Interessante notare, poi, come in quei tempi di ferro, in un mondo in fiamme dove la Storia si scrive a cannonate ogni giorno, a Palazzo Civico non mancasse l’attenzione per argomenti come l’assegnazione dei palchi per le autorità locali e per gli alti ufficiali francesi nei luoghi di spettacolo, oppure il divieto di “rappresentazioni oscene nei teatri” a seguito di una segnalazione anonima pervenuta il giorno prima.
Claudio Raffaelli
