Cittadella, da baluardo a ingombro

Il complesso fortificato della Cittadella e della cinta muraria alla fine del XVIII secolo

Le cose cambiano. Così, quella Cittadella che per secoli era stata per Torino un baluardo di sicurezza, un simbolo della potenza militare sabauda, a metà dell’Ottocento non è che un ingombro. Sorpassata dal punto di vista strategico (la sua costruzione risaliva alla seconda metà del Cinquecento), è divenuta una sorta di tappo che inibisce l’espansione della città. Sopravvissuta alla demolizione della cinta muraria avvenuta durante l’occupazione francese agli inizi del secolo, la Cittadella, con la sua fitta reta di opere murarie, contrafforti, fossati e mezzelune, campeggia in un’area che, approssimativamente, sfiora le attuali piazze Solferino, Arbarello, XVIII Dicembre, spingendosi a sud fin quasi all’attuale corso Matteotti. U

n’enorme struttura in muratura a forma di stella che, pur con il suo passato glorioso (si pensi al ruolo svolto durante l’assedio del 1706) mal si addice a una città che pianifica la propria espansione, anche in relazione alla realizzazione delle linee ferroviarie. In particolare, quella diretta verso Vercelli e Novara (di particolare valore anche strategico vista la presenza, oltre il Ticino, del nemico asburgico), richiede la costruzione di una nuova stazione, che sarà quella di Porta Susa, con un nuovo asse viario, via Cernaia, che la colleghi rapidamente al cuore della città.

La copertina del volume pubblicato dall’Archivio storico della Città di Torino

Alla base di quelle che saranno le scelte atte a conferire a quella parte di Torino il suo odierno aspetto, ci saranno lunghe schermaglie burocratiche, avvitate tra urbanistica e politica. Schermaglie che si sviluppano tra le istituzioni locali e nazionali così come all’interno di esse, da Palazzo Civico al Parlamento del Regno di Sardegna fino al Ministero della Guerra (allora le cose si chiamavano con il loro nome, oggi sostituito dalla più pudica “Difesa”).

Un dibattito che offre ancor oggi spunti interessanti, nel corso del quale, ad esempio, il deputato Mellana afferma senza mezzi termini: “Se questa Cittadella non ci è utile allo stato presente di cose, se non presenta utilità di sorta per l’avvenire, non veggo (sic) ragione per cui con discapito del Tesoro nazionale essa debba rimanere in piedi”. Altra conferma del detto, spesso citato, “sic transit gloria mundi “. Le ragioni di bilancio dello Stato sabaudo, le ambizioni di una città che si voleva e già si vedeva quale grande capitale di un Paese più esteso rispetto al Regno di Sardegna, gli interessi economici di costruttori e proprietari trovarono alla fine una loro sintesi.

Torino nel 1855

Il 5 aprile del 1857, il Decreto Reale emanato a Pollenzo da Vittorio Emanuele II, re di Saregna e dopo pochi anni primo re d’Italia, stabilisce il via libera al Piano d’ingrandimento della propria capitale, presentato da Palazzo Civico dopo che i terreni oggetto del provvedimento sono stati sciolti dalla precedente servitù militare. Le prime parti della Cittadella a essere smantellate saranno quelle verso l’attuale piazza Arbarello, per completare l’asse di via Cernaia. Poi, intervento dopo intervento nel corso dei decenni, solo l’edificio definito “Maschio” rimarrà in piedi, sede del Museo di artiglieria, a perpetua memoria di quella che era stata una delle più formidabili opere difensive d’Europa.

L’intricata vicenda è sapidamente riassunta nel volume ”1848-1857. La Cittadella di Torino”, a cura di Vera Comoli e Vilma Fasoli. Il libro, pubblicato nella collana “Atti consiliari – Serie storica”, è disponibile presso l’Archivio Storico della Città di Torino.

Claudio Raffaelli