“Io al mattino mi sveglio e, prima di essere mamma, sono un medico, un’infermiera, un OSS, una fisioterapista e una burocrate. Ho dovuto annullare la mia vita per viverne due contemporaneamente».
Le parole di Lisa Orrico, presidente dell’associazione Mimola APS e referente per il Piemonte del coordinamento Caregiver Familiari Uniti, risuonano con una forza dirompente e dolorosa durante l’audizione davanti alla Commissione Servizi sociali, presieduta da Vincenzo Camarda.
Al centro dell’audizione, la richiesta di approvazione di una mozione comunale — già passata in altre grandi città, non ultima Roma — che impegni le istituzioni locali a fare pressione sullo Stato per il riconoscimento giuridico, economico e previdenziale del caregiver familiare.
Lisa Orrico ha portato la sua testimonianza diretta come madre di una bambina di sette anni con gravi e multiple disabilità. Da quando la figlia è nata, la sua quotidianità è diventata un’assistenza continua che l’ha costretta, nel pieno della propria carriera, a lasciare il lavoro. “Da sette anni per me non ci sono più contributi previdenziali. Quando sarà il mio momento, io non avrò diritto nemmeno a una pensione minima, nonostante passi le giornate e le notti in bianco a lavorare per la salute di mia figlia. È corretto questo?”
Il dramma sollevato non riguarda solo le madri, ma un’intera platea di padri, figli, coniugi e fratelli. Persone reali che la burocrazia spesso riduce a una fredda definizione, dimenticando i costi umani e i diritti sacrificati, come le ferie, i permessi e la stessa cura della propria salute. Questa imponente rete di assistenza evita il ricovero prolungato o permanente dei malati in strutture ospedaliere o residenziali, facendo risparmiare alle casse pubbliche cifre astronomiche. Nonostante questo ruolo fondamentale, lo Stato tende a dare per scontata la presenza e il sacrificio del nucleo familiare, lasciando chi cura privo di tutele.
L’appello accorato ha trovato il consenso e la condivisione delle consigliere e dei consiglieri. L’assessore al Welfare, Jacopo Rosatelli, ha condiviso la necessità di una forte spinta politica da parte degli enti locali. Secondo l’assessore, una legge moderna deve considerare i cambiamenti di una società nella quale il lavoro di cura non è più prerogativa esclusiva di parenti stretti, ma viene sempre più spesso svolto da reti amicali e di prossimità. Diventa quindi fondamentale tutelare non solo la fase del caregiving, ma anche il dopo, garantendo tutele previdenziali, canali di reinserimento lavorativo o salvaguardie per i percorsi di studio dei più giovani, evitando che questa esperienza penalizzi pesantemente le carriere, soprattutto quelle femminili.
A livello locale, il Comune di Torino offre percorsi di sostegno psicologico per prevenire il logoramento dei caregiver e predispone servizi integrati, come i piani straordinari per l’estate, pensati per proteggere gli anziani e i disabili durante le ondate di calore sollevando i familiari dalle incombenze più pesanti.
L’amministrazione comunale continua a stanziare fondi per erogare contributi economici temporanei basati sulle fasce di reddito, con una netta priorità per le situazioni classificate come gravissime.
In conclusione, Lisa Orrico ha sottolineato come l’obiettivo politico di una mozione presentata dai consiglieri resti quello di spingere per un cambiamento nazionale partendo dal basso e ha espresso la speranza del Coordinamento dei cargiver che Torino scelga di schierarsi apertamente al loro fianco, portando la tematica in Consiglio Comunale per far sentire la voce di una realtà che rappresenta una colonna portante del Paese.
F.D’A.
