Mentre su e giù per la Penisola, in occasione dell’edizione numero 108 del Giro d’Italia, si rincorrono i professionisti del pedale, lo stand della Città di Torino al Salone Internazionale del Libro ha ospitato un incontro su #ciclismo ed #emancipazione femminile. Organizzato dalla presidente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo, il dibattito è stato moderato dal giornalista Franco Bocca, dopo la presentazione del libro dello scrittore Paolo Ghiggio “Quando Alfonsina faceva la sartina. La bicicletta e le donne torinesi”. Erano presenti anche Helena Verlucca della Casa editrice Hever e la campionessa del pedale Roberta Ferrero.
Nel raccontare la genesi del suo romanzo storico, Ghiggio ha ricordato come la protagonista Alfonsa “Alfonsina” Morini, sia stata la prima (e fino ad ora unica) donna a partecipare al Giro d’Italia maschile, nel 1924, prima che venisse proibito dalla federazione. Figlia di contadini emiliani, a ventiquattro anni la famiglia la mise di fronte ad una scelta: continuare il lavoro nei campi o, per seguire la sua passione, sposarsi e rendersi indipendente. Per continuare a correre si trasferisce a Torino, dove il ciclismo aveva trovato casa e dove le donne in bici non erano motivo di particolare scandalo e dove cominciò la sua carriera da professionista. Il 26 ottobre 1915 sposò a Milano il meccanico Luigi Strada che diventò il suo primo sostenitore e manager. Come regalo di nozze una bicicletta da corsa. Alfonsina vinse molte corse e, per la cronaca, a quel Giro d’Italia del 1924 arrivò fuori classifica dopo essere stata esclusa al termine dell’ottava tappa, da L’Aquila a Perugia, per essere arrivata fuori tempo massimo. Decisione influenzata dal clima dell’epoca, quando la parità di genere era ancora un miraggio ed era indigeribile per il potere sportivo declinato tutto al maschile che una donna potesse sfidare e addirittura battere gli uomini.
Alfonsina, entrata nella #toponomastica torinese per volontà di Grippo che, nel suo intervento, l’ha ricordata come un esempio di protagonismo femminile declinato in diverse dimensioni: quella professionale e quella più strettamente personale. Per la presidente del Consiglio comunale, se ancora oggi il lavoro al femminile parte con uno svantaggio che richiederebbe un intervento del legislatore, la conciliazione dei tempi del quotidiano impedisce la pratica dell’attività fisica alle donne, più degli uomini chiamate alle incombenze della famiglia. Campionesse nel mondo dello sport che, secondo una recente ricerca del Parlamento europeo, faticano a diventare modello di riferimento per la popolazione femminile, diversamente da quanto succede con i campioni uomini. Una ricerca che sottolinea l’importanza di disporre di forti modelli di riferimento femminili nello sport per ispirare altre donne a perseguire e realizzare i propri obiettivi e per dimostrare come affrontare un ambiente difficile e contrastare gli stereotipi negativi, di genere.
Marcello Longhin
