DAMA, non un gioco ma la garanzia di un diritto

L'Ospedale Infantile Regina Margherita e, sullo sfondo, il Centro Traumatologico Ospedaliero

Garantire l’accesso alle cure ospedaliere per le persone con gravi disabilità intellettiva, un principio che nessuno metterebbe in discussione ma che necessita di provvedimenti e azioni all’insegna della concretezza, senza i quali il principio rischia di restar lettera morta.

La IV commissione Servizi sociali, presieduta da Vincenzo Camarda, ha oggi esaminato un ordine del giorno, proposto da Simone Fissolo, che affronta questo delicato tema. Molte persone, si legge nel testo del documento, vedono di fatto limitato il loro diritto all’accesso alle prestazioni sanitarie limitato “a causa della loro intrinseca condizione, ovvero della loro difficoltà nel collaborare, nel sottoporsi a visite e procedure mediche, nel comunicare i propri sintomi e la propria condizione. Queste difficoltà si scontrano con barriere fisiche, organizzative e culturali che permangono (anche) all’interno del Servizio Sanitario Nazionale”.

Il documento segnala a questo proposito un modello avviato sin dal 2000 presso l’Ospedale San Paolo di Milano e diffusosi poi in alcune regioni italiane, al Nord come nel Meridione.  Si tratta del modello DAMA (Disabled Advanced Medical Assistance), spiega la proposta di ordine del giorno, “un sistema sanitario organizzato per garantire un accesso facilitato e personalizzato alle cure ospedaliere o ambulatoriali per persone con gravi disabilità intellettive e/o autismo e pertanto con gravi difficoltà di comunicazione e collaborazione”, con la predisposizione di percorsi individuali a partire da un triage telefonico sino alla presa in carico diretta da parte di un ambulatorio specificamente organizzato all’interno dell’ospedale, con un’équipe multidisciplinare opportunamente formata, evitando accessi ripetuti al Pronto Soccorso o ricoveri inappropriati. Reparti specifici per le persone con disabilità, quindi? Assolutamente no, chiarisce il documento esaminato in commissione, specificando come si tratti piuttosto di consentire all’ospedale o struttura, così come già sono, di fornire un servizio appropriato alle necessità di quelle persone.

La sede della Regione Piemonte, individuata dal documento discusso in commissione come soggetto sul quale fare pressione per l’adozione de i protocolli DAMA a garanzia dell’accesso alle cura da parte delle persone disabili

Detto questo, l’ordine del giorno segnala come in Piemonte non esista ancora un modello DAMA operativo, nonostante le reiterate richieste formulate in questo senso dai familiari di persone con disabilità, attraverso una ventina di associazioni che hanno costituito nei mesi scorsi un’apposita organismo, la Rete Obiettivo DAMA. Non si tratta di una questione astrattamente morale, segnala il documento, ma di ottemperare quanto stabilito, in materia di accesso alle cure, dalla Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (Legge 18/2009, art. 25) e l’articolo 32 della Costituzione italiana, oltre che dalle leggi 833/1978, che tutela il diritto alla salute, e 67/2006 sulla tutela delle persone con disabilità vittime di discriminazione.

L’adozione del modello DAMA, sostiene inoltre il documento, non rappresenterebbe un costo aggiuntivo, ma un investimento che permette una gestione più efficace delle risorse sanitarie, riducendo gli accessi impropri al Pronto Soccorso, rendendo le ospedalizzazioni evitabili e garantendo una programmazione più efficiente delle cure. Ragion per cui, l’ordine del giorno, una volta approvato in Sala Rossa, affiderebbe all’Amministrazione comunale il compito di farsi promotrice di azioni concrete per la tutela dei diritti delle persone con disabilità, nonché di sensibilizzare sull’adozione di modelli di assistenza avanzata la Regione Piemonte, la quale dovrebbe individuare le strutture più idonee per l’avvio del modello DAMA.

(Claudio Raffaelli)