Non è elegante quanto la definizione “fast fashion”, ma di questo si tratta: abiti ed accessori praticamente usa-e-getta, o per meglio dire capi confezionati a basso costo, venduti a prezzi contenuti e di uso breve. Tra le materie prime utilizzate, il poliestere e in generale le fibre artificiali la fanno da padrone, mentre la produzione è concentrata in Paesi cosiddetti emergenti, dove la manodopera ha basse retribuzioni e tutele in termini di diritti e sicurezza che definire scarse è spesso un eufemismo. Anche i circuiti dell’alta moda, in misura crescente, non si sottraggono a questo schema, con la differenza che i pressi di vendita non sono certo contenuti.
Si può immaginare quali siano le conseguenze in termini ambientali e sociali di questo modello che si è ormai solidamente affermato, in una spirale all’insegna della sovraproduzione, dello spreco, nonché dell’inquinamento: le fibre tessili artificiali sono sostanzialmente plastiche derivate, che diffondono microplastiche nell’ambiente a ogni lavaggio (secondo dati UE citati dalla rivista Vogue, un solo giro di lavatrice di abbigliamento in poliestere “rilascia fino a 700 mila fibre di microplastica che poi finiscono negli scarichi e ritornano nella catena alimentare” e ogni anno mezzo milione di tonnellate di microplastiche si accumulano nei mari e negli oceani del pianeta. In più, ci sono le forti emissioni di anidride carbonica e i consumi di acqua legati ai cicli produttivi, le tinture inquinanti…
Tutte ragioni per promuovere con urgenza un nuovo modello di produzione, più responsabile nei confronti dell’ambiente, della nostra stessa salute e delle condizioni di lavoro (quindi di vita e di salute) di milioni di uomini e donne che lavorano nelle industrie tessili. Ma anche le modalità di consumo individuale devono cambiare, in senso virtuoso per poter rompere questa spirale di sovrapproduzione di beni, inquinamento dell’ambiente e sfruttamento del lavoro.
Questa esigenza è stata sottolineata in occasione di una riunione delle commissioni VI Ambiente e V Cultura, presiedute rispettivamente da Amalia Santiangeli e Lorenza Patriarca, nel corso della quale la Fondazione HoferLab, che ha presentato i suoi progetti nel campo del riciclo e riutilizzo degli scarti tessili, nonché nella promozione di modelli di consumo, produzione e autoproduzione responsabili e partecipativi. Questo anche attraverso eventi artistici, performance e attività di workshop sui territori, a Torino (Cavallerizza Reale, UGI, Castello di Rivoli) come nel Biellese ma anche al Palazzo Ducale di Genova, a Milano e altre località.
La Fondazione Hofer, è stato spiegato dalla sua portavoce Sara Conforti Hofer, ha anche avuto un ruolo importante, tramite attività come la performance collettiva “Concert for Sewing Machines” (concerto per macchine per cucire) nella campagna internazionale che ha spinto alcuni noti marchi dell’abbigliamento a concorrere ai risarcimenti per i familiari dei 1134 lavoratori e lavoratrici rimasti uccisi nel crollo dl Rana Plaza, un complesso industriale e commerciale tessile in Bangla Desh, nonché per le circa 2500 persone rimaste ferite nel tragico evento.
(C.R.)
