Giorno del Ricordo: tra dignità delle storie spezzate e monito contro i totalitarismi

La Sala Rossa con le autorità presenti per il Giorno del Ricordo

Le Istituzioni civili e militari cittadine e regionali si sono ritrovate, come consuetudine, in Sala Rossa per la celebrazione del Giorno del Ricordo.

Domenico Garcea, Vicepresidente Vicario del Consiglio Comunale

In apertura di cerimonia, il vicepresidente vicario del Consiglio Comunale, Domenico Garcea, ha sottolineato come questa giornata rappresenti un momento necessario per onorare da un lato le vittime delle foibe e, dall’altro, ricordare il dramma di chi fu costretto a lasciare la propria terra. Garcea ha insistito sul fatto che dietro le cifre della tragedia si celino vite spezzate e storie di dolore che per troppo tempo non hanno trovato voce. Ha poi descritto la memoria non solo come un atto istituzionale, ma come un gesto umano di cura e responsabilità, ricordando come Torino sia stata profondamente arricchita dagli esuli che si sono inseriti nel tessuto civile della comunità. Rivolgendosi specialmente ai giovani, il vicepresidente ha auspicato che il ricordo, se condiviso con sincerità, possa trasformarsi in un ponte capace di unire le persone nel segno della dignità umana.

Nel portare il saluto del Consiglio Regionale, Domenico Ravetti, vice presidente dell’Assemblea di Palazzo Lascaris e presidente del Comitato Resistenza e Costituzione, ha invitato a una riflessione profonda sul rapporto tra potere e forza, evidenziando come il Novecento abbia dimostrato l’incapacità del potere autoritario di riconoscere l’umanità del prossimo. Ravetti ha osservato che la tragedia del confine orientale, fatta di microstorie familiari devastate, meriterebbe una riflessione più ampia sulla democrazia contemporanea. Ha inoltre esortato le istituzioni a passare dalla commemorazione all’azione concreta, richiamando l’attenzione sulle questioni ancora aperte degli indennizzi e dei risarcimenti per i beni abbandonati, sottolineando che il ricordo ha senso solo se accompagnato dal rispetto amministrativo e legislativo di quelle storie, nel quadro di una nuova Europa capace di reagire agli autoritarismi.

A Ravetti ha fatto eco Antonio Vatta, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Torino, che, dopo aver portato la propria testimonianza legata alla fuga da Zara, ha sottolineato l’importanza che la politica si faccia carico delle questioni ancora aperte, come il riconoscimento degli indennizzi per i beni perduti.

Sergio Toffetti, storico del cinema che ha tenuto l’orazione ufficiale, ha tratteggiato il passaggio dei profughi dai campi di accoglienza alla piena cittadinanza torinese, descrivendo quel complesso mosaico di identità e fatiche che ha caratterizzato la Torino del dopoguerra, tra il desiderio di integrazione e la nostalgia per le radici istriane.

In chiusura, il sindaco Stefano Lo Russo, nella sua riflessione, ha affermato che Torino ha imparato a riconoscere ogni frammento della propria storia, senza omissioni o strumentalizzazioni,

Il Sindaco, Stefano Lo Russo

definendo la celebrazione odierna come un atto di civiltà. Lo Russo ha spiegato che le foibe e l’esodo furono l’esito di un processo degenerativo in cui i nazionalismi e le ideologie totalizzanti presero il sopravvento. Ha messo l’accento sulla natura sottile del totalitarismo, che nasce spesso dalla semplificazione del linguaggio e dalla delegittimazione del dissenso prima ancora di diventare repressione fisica. Secondo il Sindaco, la memoria delle foibe deve servire oggi come monito contro la paura e come sprone a mettere sempre la persona prima dell’appartenenza. Ha infine concluso che il significato più alto del ricordo risiede nella capacità di consegnare alle nuove generazioni gli anticorpi necessari per riconoscere i germi dell’odio, confermando l’impegno di Torino nel custodire una democrazia che sia sempre vigile, forte e fondata sul diritto e sul pluralismo.

Federico D’Agostino