Capitale lo era già da tre secoli, Torino. Dal 1563, i Savoia vi avevano spostato la capitale da Chambery, loro culla transalpina. Nel 1718, poi, la promozione a capitale regia, con l’acquisizione da parte sabauda del titolo di Re di Sardegna. Ma agli inizi della seconda metà del secolo, anche se mancava ancora qualche anno alla spallata decisiva, la creazione di un più ampio stato nazionale, con la Penisola unificata sotto lo scettro di Casa Savoia, cominciava a essere qualcosa di più che un auspicio.
A Torino, quindi, non rimaneva che prepararsi a più grandi destini, anche dal punto di vista urbanistico, benché la spada di Damocle rappresentata da una futura opzione per la più simbolica Roma fosse già allora ben presente. Quest’ultima cosa l’avrebbe poi definitivamente chiarita Camillo Benso di Cavour quando, il 25 marzo 1961, rivolgendosi alla Camera, affermò che Torino avrebbe dovuto “rinunciare risolutamente, definitivamente ad ogni speranza di conservare la sede del Governo”.
A Torino non rimase che rivedere al ribasso gli ambiziosi, monumentali progetti elaborati negli anni precedenti, senza rinunciarvi del tutto: si pensi alla realizzazione di piazza Statuto con la sua armoniosa uniformità architettonica, originariamente pensata per ospitare le ambasciate delle potenze mondiali, oppure a Palazzo Carignano e Piazza Carlo Felice con i suoi giardini). Questo capitolo non troppo conosciuto della storia torinese è al centro di un volume pubblicato una ventina d’anni fa dalla Presidenza del Consiglio comunale di Torino, per la collana Atti consiliari – Serie Storica, ancora reperibile presso l’Archivio Storico della Città di Torino, in via Barbaroux 32. A cura di Vilma Fasoli, “1859-1864. ‘Opere straordinarie’ per l’abbellimento di Torino capitale” descrive accuratamente il fermento di quegli anni, i grandi progetti, la disillusione.

Quest’ultima, pochi anni dopo, sarebbe poi sfociata negli scontri sanguinosi del 1864 in piazza San Carlo, in reazione al trasferimento della capitale d’Italia non a Roma, ancora sotto il dominio papale, ma in una Firenze che agli occhi dei torinesi era un’alternativa per la quale era inaccettabile perdere il proprio ruolo (e l’economia a esso connessa).
A partire dal 1853 e fino al 1861, quando le sarebbe subentrata la giunta guidata da Augusto Nomis di Cossilla, l’amministrazione comunale del sindaco Giovanni Notta fu fortemente impegnata nel disegnare un nuovo assetto per la città, Come sottolinea Vilma Fasoli, infatti gli studi sulla storia di Torino concordano nell’individuare in quegli anni “alcune tappe significative che intervengono a modificare radicalmente la vita della città”, in un percorso verso “una completa revisione dell’idea stessa di città, dei suoi ruoli e delle sue nuove funzioni”.
Sarebbe poi spettato, in anni successivi, a sindaci come Emanuele Luserna di Rorà fare i conti con la necessità di una nuova e stavolta più duratura transizione che avrebbe portato Torino, perse per sempre le sue aspirazioni di grande centro amministrativo, ad affermarsi come uno dei maggiori motori dello sviluppo industriali dell’Italia, un ruolo che l’avrebbe caratterizzata fino a quasi tutto il secolo successivo. Ma questa è un’altra storia.
(Claudio Raffaelli)
