1945, la Torino liberata: aria nuova in Municipio

La Giunta popolare riunita nella Sala delle Congregazioni di Palazzo Civico ( foto Archivio Storico Città di Torino)

Il 25 Aprile è la Festa della Liberazione, ma è il 28 aprile  che sigilla la svolta storica per Torino:  in quel giorno del 1945 , con i cecchini fascisti ancora annidati sui tetti circostanti che scambiano colpi di arma da fuoco con i Vigili urbani, a Palazzo Civico si insedia  la nuova amministrazione comunale. Il Comitato di Liberazione Nazionale ha appena nominato le nuove autorità cittadine: Pier Luigi Passoni è il nuovo prefetto, Giorgio Agosti assume la carica di questore, mentre il nuovo sindaco è Giovanni Roveda, esponente del Partito comunista. Con lui ci sono, tra gli altri, i tre vicesindaci Ada Prospero Marchesini Gobetti per il Partito d’azione (unica donna in Giunta insieme alla comunista Maria Savio), Domenico Chiaramello del Partito socialista di unità proletaria e il democristiano Gioachino Quarello.

E’ la Giunta popolare, che governerà la città fino alle elezioni amministrative, che si svolgeranno poi nel 1946. Nella Giunta ci sono rappresentanti di tutti i partiti e movimenti del CLN, compreso un giovane rappresentante del Movimento Lavoratori Cristiani, destinato a diventare uno dei più noti scienziati a livello mondiale: il medico Renato Dulbecco, premio Nobel nel 1975. La composizione sociale è la più varia: ci sono, per fare alcuni esempi, operai come Ernesto Aghemo (o lo stesso Roveda, dirigente sindacale venuto dalla fabbrica), imprenditori come Federico Chiantore, avvocati come Michele Barosio, studenti come il ventiduenne Giovanni Cairola.

Giovanni Roveda, primo sindaco della Torino liberata
(foto fiom-cgil.it)

Amministrare una grande città è di per sé cosa assai complessa: la Torino del 1945, poi, esce dalla guerra con le ossa rotte. Metà dei vani di abitazione sono stati distrutti o lesionati dai bombardamenti degli Alleati, proseguiti sin quasi a ridosso della Liberazione, senza contare i danni alle infrastrutture e agli stabilimenti industriali. E la disciolta amministrazione comunale fascista ha lasciato un “buco” pari a più di un miliardo di lire.

La Giunta popolare, con il piglio deciso di chi sa di dover dare un segnale di ripartenza e rinascita dopo gli orrori e gli stenti della guerra, individua fin dalla sua prima riunione formale, il 2 maggio 1945, alcune priorità, materiali e politiche. La riparazione delle case lesionate, ma anche l’epurazione dei dipendenti comunali compromessi col fascismo, il funzionamento dei mercati o l’arruolamento di quattrocento Vigili urbani, senza dimenticare la cancellazione della toponomastica del Ventennio: ad esempio, corso Gabriele D’Annunzio ritornerà a essere corso Francia. Una misura, questa, che può sembrare inutilmente frettolosa ma riflette invece l’ansia di lasciarsi alle spalle il fascismo e le rovine da esso causate.

Poi, la gente ha fame, molti hanno perso tutto: e il “Servizio minestre popolari” rientra fra le priorità assolute. Ma ci sono adempimenti burocratici necessari, ora che la libertà è riconquistata: come la compilazione delle liste elettorali, che si delibera venga effettuata “includendovi anche le donne”, le quali infatti, a Torino come nel resto del Paese, voteranno già l’anno successivo per l’Assemblea Costituente e il Referendum istituzionale che darà vita alla Repubblica Italiana. Le cose bene o male si fanno, ma i problemi si susseguono implacabili: acquistare legna da ardere – allora davvero un genere di prima necessità – trovare latte a sufficienza per bambini e persone anziane, raccogliere fondi, come deliberato, “per le vittime politiche e le famiglie dei patrioti”.

Lo stabilimento FIAT del Lingotto dopo il bombardamento da parte degli Alleati del 29 marzo 1944

Si cerca di guardare al di là delle necessità immediate, come quando viene varata l’idea di realizzare, in quello che allora si chiamava Cimitero generale, un monumentale Campo della Gloria per ricordare i partigiani caduti. Si compiono gesti simbolici come lo smantellamento dei simboli fascisti dalla Torre Maratona dello stadio, ma anche atti dovuti e – per quanto possibile – riparatori, come la delibera che sancisce la restituzione delle licenze commerciali ai cittadini di religione od origine ebraica, che ne erano stati espropriati dal fascismo con le infami leggi razziali firmate dal re e da Mussolini nel 1938. La Giunta affronta naturalmente la grave situazione delle tranvie municipali, lavora al rilancio dell’Ente Moda – all’epoca l’haute couture era uno dei fiori all’occhiello dell’economia torinese – e alla definizione del Consorzio Porto di Savona, nell’ottica della ripresa dei commerci internazionali dopo la stasi dovuta alla guerra.

Il sindaco Roveda, poi, è tra i promotori di una riunione dei sindaci che esigono dal governo dell’Italia liberata l’autonomia degli Enti locali, affermando “la necessità del decentramento amministrativo”, tanto più importante dopo il pesante centralismo imposto dal fascismo. Ricostruire, poi, significa anche studiare un nuovo Piano Regolatore, così come cercare di migliorare la qualità della vita della popolazione, al di là del cibo, induce a curare la ripartenza della stagione lirica. Tutelare l’economia della città, ancora, passa anche per la difesa del diritto di Torino a rimanere sede dell’EIAR, il servizio radiofonico nazionale, del quale era stato ventilato il trasferimento a Milano. Sono solo alcuni dei compiti posti di fronte alla nuova Giunta popolare nei suoi primi mesi di attività.

Compiti da far tremare i polsi, anche a uomini e donne che avevano vissuto la guerra, la clandestinità, l’esilio. Compiti che però vengono affrontati con determinazione, in una battaglia quotidiana per lo sviluppo e la civiltà. Con la semplicità di chi sa quanto sia importante il proprio lavoro e quello di tutta la squadra, così Roveda concluderà un discorso pubblico tenuto in occasione di un’assemblea al cinema Lux, il 10 febbraio 1946, dieci mesi dopo l’ingresso in Comune: “Io penso che la città di Torino è stata diretta da un manipolo di onesti e volenterosi uomini, che hanno cercato di fare tutto quel potevano e sapevano, nell’interesse delle cittadinanza”.

Nel 1995, in occasione del 50° anniversario della Liberazione, l’Archivio Storico della Città di Torino pubblicò – in collaborazione con l’Istituto Storico della Resistenza in Piemonte – il volume 1945-1946. La Giunta popolare. Il volume, ancora disponibile presso il bookstore dell’Archivio, in via Barbaroux 32 (www.comune.torino.it/archiviostorico/).  Il libro, oltre ai verbali delle sedute della Giunta e ad approfonditi saggi storiografici di Giorgio Vaccarino, Franco Pizzetti, Carla Brogliatti, riporta rare immagini dei manifesti affissi dall’Amministrazione comunale in quei giorni cruciali,  con le accurate schede biografiche, redatte da Riccardo Marchis, di tutti gli uomini e donne chiamati a far parte della Giunta popolare.

In più, il volume contiene il testo integrale del poderoso, puntiglioso, a tratti persino commovente discorso tenuto dal sindaco Roveda alla citata assemblea pubblica del Lux. Pagine che sono un autentico affresco di un’epoca al tempo stesso terribile e grandiosa, dove il dolore e le privazioni si intrecciavano a grandi speranze di una vita migliore, prospera e libera per tutti e tutte.

Claudio Raffaelli