Un Primo Maggio dedicato alle lavoratrici e ai lavoratori del sociale

Il Primo Maggio si avvicina e il Governo si prepara a varare un decreto sul lavoro povero. Intanto, a Torino, una sentenza del Tar Piemonte ha imposto di riaprire il tema delle Tariffe dei servizi sociali e sociosaniTari, riconoscendo che non è possibile garantire qualità dei servizi e dignità del lavoro se il costo reale di quel lavoro viene ignorato.

Sono due fatti solo apparentemente separati. In realtà raccontano la stessa questione politica: il welfare italiano attraversa una crisi di riconoscimento. Chi tiene in piedi ogni giorno i servizi essenziali — educatrici, Oss, operatori sociali, assistenti educativi, coordinatori, lavoratrici e lavoratori della cura — continua troppo spesso a essere considerato un costo da comprimere, non una risorsa da riconoscere.

Il punto politico è questo: il Terzo Settore non è un semplice fornitore della Pubblica Amministrazione. È uno dei soggetti che, pur non essendo Stato, contribuisce in modo essenziale alla costruzione dell’interesse generale. Quando il Comune di Torino compie scelte tariffarie che non tengono conto del costo reale del lavoro sociale, non produce solo un problema contabile o gestionale. Produce effetti politici: indebolisce l’universalismo dei servizi, mette sotto pressione la qualità del welfare e svaluta il lavoro di cura, che è una infrastruttura fondamentale per la qualità della vita, per la coesione sociale e anche per la competitività del territorio.

In una città che è stata riconosciuta a livello europeo per il suo ecosistema di impatto sociale, questa contraddizione va affrontata con chiarezza. Torino non può essere città dell’innovazione sociale se il lavoro sociale resta povero, sottopagato o scarsamente riconosciuto. Non può promuovere impatto sociale se chi quell’impatto lo genera ogni giorno viene trattato come una variabile di bilancio.

La sentenza del Tar, dunque, non va letta come un incidente amministrativo, ma come un atto di verità politica. Il Tribunale ha rilevato l’assenza di un effettivo confronto con i gestori e la mancanza di un’adeguata istruttoria sull’aumento dei costi, in particolare dopo il rinnovo del contratto collettivo nazionale delle cooperative sociali. Secondo la sentenza, un aumento significativo del costo del lavoro rende necessario un adeguamento Tariffario ragionevolmente parametrato a quell’aumento.

Adeguare le Tariffe non è quindi solo una questione economica. È una scelta che riguarda il tipo di città che vogliamo costruire: una città che considera il welfare un investimento nella coesione, oppure una città che vede nel sociale un costo da contenere.

La mobilitazione degli operatori sociali della scorsa primavera lo aveva già detto con forza: “non siamo solo rette”. Dietro ogni Tariffa ci sono persone, competenze, relazioni, responsabilità, continuità educativa, dignità degli utenti e delle loro famiglie. Ci sono lavoratrici e lavoratori che ogni giorno cucinano, curano, accompagnano, educano, sostengono studenti, anziani, persone con disabilità, minori, famiglie e comunità intere.

Il paradosso è evidente: mentre le istituzioni parlano di attenzione alle fragilità, le persone che quelle fragilità le accolgono sono rese fragili a loro volta. È il paradosso di uno Stato sociale impoverito, nel quale chi cura rischia di essere povero, sottopagato, non abbastanza tutelato, quasi fragilizzato come le persone di cui si occupa.

Come Consigliera comunale che continua a lavorare nel sociale e per la sua rigenerazione, mi sono trovata sin dall’inizio della consiliatura a porTare questo tema nell’agenda politica. Nel 2023, con la mozione “Lavoro educativo in emergenza, restituiamogli dignità”, avevo già messo in evidenza la condizione di una professione poco riconosciuta, poco pagata, esposta a condizioni di lavoro faticose, chiedendo l’avvio di una concertazione con tutte le parti sociali interessate.

È chiaro che i Comuni, Torino compresa, si trovano oggi a gestire un problema enorme. Le risorse locali non sono sufficienti per sostenere, da sole, obblighi crescenti e Tariffe adeguate. Senza un intervento strutturale dello Stato e della Regione, i bilanci comunali vengono schiacciati da una domanda crescente di servizi e rischiano di trovarsi davanti a una scelta impossibile: ridurre le prestazioni o comprimere ulteriormente il lavoro di chi le eroga.

Ma questo non può divenTare il destino del welfare locale.

L’urgenza politica è ridisegnare i servizi, non scaricare il costo della crisi su chi li tiene in piedi. Se i servizi non possono più essere sostenuti con gli strumenti di ieri, devono essere ripensati, non ridotti o riprodotti in forme più precarie.

È qui che l’amministrazione condivisa del welfare assume un significato concreto. Non come arretramento del pubblico, né come formula retorica, ma come modo più maturo di eserciTare la responsabilità pubblica. L’articolo 55 del Codice del Terzo Settore e la sentenza 131 della Corte costituzionale indicano una strada preziosa: co-programmazione, co-progettazione, corresponsabilità, riconoscimento delle competenze diffuse nei territori.

Torino dispone già di esperienze importanti di amministrazione condivisa e co-progettazione. Il punto, però, è chiederci se queste pratiche siano davvero diventate il criterio strutturale con cui si governano i servizi sociali, le Tariffe, la qualità del lavoro e il rapporto con il Terzo Settore. Quando la collaborazione resta confinata alla progettualità e non incide sulle scelte economiche e organizzative, il rischio è che il Terzo Settore venga coinvolto nella costruzione delle risposte, ma non abbastanza nella definizione delle condizioni che le rendono sostenibili.

La sfida è eviTare una declinazione dirigista dell’amministrazione condivisa. La sussidiarietà, richiamata dall’articolo 118 della Costituzione, non chiede al Terzo Settore di eseguire meglio ciò che l’amministrazione ha già deciso. Chiede alla Pubblica Amministrazione di abiliTare energie sociali, riconoscere competenze, sostenere iniziative radicate nei territori e costruire condizioni reali di corresponsabilità.

Il Terzo Settore non chiede solo più risorse. Chiede di essere riconosciuto per ciò che già è: non un esecutore di servizi al ribasso, ma un co-autore dell’interesse generale. È questo il salto culturale necessario: passare dalla collaborazione come procedura alla collaborazione come forma di governo del welfare.

Il decreto contro il lavoro povero potrà avere senso solo se guarderà anche a questi lavoratori. Per questo, questo Primo Maggio dovrebbe essere dedicato anche a loro: educatrici, OSS, operatori sociali, assistenti educativi, coordinatori, lavoratrici e lavoratori della cura. A chi è poco visibile nel dibattito pubblico, ma essenziale tanto nella vita quotidiana delle persone quanto nella concretizzazione della giustizia sociale.

La giustizia sociale, nella nostra città, non è mai stata un principio astratto. Ha preso forma nella storia dei Santi Sociali, nelle lotte operaie, nelle battaglie per i diritti e oggi vive nelle cooperative, nelle associazioni, nei presìdi educativi, nei luoghi di prossimità, nelle reti che ogni giorno tengono insieme diritti, bisogni e responsabilità collettive.

Quando il welfare cittadino riconosce il valore di chi cura, educa e accompagna, la giustizia sociale smette di essere una promessa e diventa pratica quotidiana di governo.

Tiziana Ciampolini
Capogruppo Lista Civica Torino Domani