Da questa mattina, il giardino compreso tra le vie Uffreduzzi e Arduino, all’interno del quartiere Filadelfia, in Circoscrizione 8, è intitolato a Romanework Haile Selassie. Alla cerimonia erano presenti e sono intervenuti: Maria Grazia Grippo, presidente del Consiglio comunale e della commissione toponomastica; Michele Antonio Guggino, coordinatore della quinta commissione alla Circoscrizione 8; Stefano Garzaro, scrittore; Liuba Forte, presidente dell’associazione Panafricando; Amare Dawit vicepresidente dell’associazione Etiopi e loro amici in Piemonte; uno studente dell’istituto “Passoni”. Come hanno ricordato tutti i relatori, Romanework Haile Selassie, conosciuta anche come Romane Worq, tradotto in italiano “Melagrana d’oro” era la figlia primogenita di Hailé Selassié. A seguito dell’occupazione italiana dell’Etiopia, quando il negus si rifugiò in Inghilterra con buona parte della famiglia reale, Romanework preferì restare nel suo Paese a fianco del marito Merid Bayané, un militare a capo di formazioni resistenti all’occupazione. Arrestata e deportata in Italia nel 1937, prima nel campo di prigionia dell’Asinara, in Sardegna, con i quattro figli maschi, poi presso la Missione della Consolata a Torino, dove morì nel 1940, a soli 27 anni, malata di tubercolosi. L’intitolazione del giardino, per Guggino, è l’occasione per parlare al nostro presente di una storia poco conosciuta e forse dimenticata, con l’impegno di mantenerne viva la memoria. Una storia, ha sottolineato Garzaro che, soprattutto il regime fascista, volle tenere nascosta, insieme alle atrocità compiute nel Paese africano costate la vita a più di settecentomila persone.
Dei danni del colonialismo italiano ha fatto cenno anche Amare Dawit, ricordando le tradizioni millenarie dell’Etiopia è l’assoluta inutilità dell’intervento voluto dal regime fascista nel Paese del Corno d’Africa. Per Liuba Forte l’intitolazione del giardino deve essere un modo per ricordarci che siamo fratelli e sorelle. Un luogo dove condividere un caffè, e lasciare i confini fuori dal cancello. Senza dimenticare quell’Italia che, attraverso il colonialismo non è stata “brava gente”. Ricordarlo, ha concluso Liuba Forte non è una colpa da portare ma un debito da onorare. Ha concluso la serie degli interventi Maria Grazia Grippo che, riprendendo le parole di Liuba forte, ha ricordato l’importanza della comunità con origine etiope nella nostra città. Convinta, Grippo, che se nessuna intitolazione potrà riparare quello che la storia ha spezzato, la vita di una donna strappata al suo quotidiano, alla sua famiglia, alla sua terra, c’è comunque una forma di giustizia nella memoria di oggi, nel dare il suo nome a questo luogo. Occuparsi di restituire dignità a Romanework, per la presidente del Consiglio comunale, è un passaggio indispensabile per costringerci a rileggere con onestà intellettuale le pagine più difficili del nostro recente passato. In questo senso, anche se #Torino negli ultimi anni è diventata una delle mete più importanti di questo percorso serve un passo ulteriore verso un progresso morale e civile dove i totalitarismi sono sconfitti e il colonialismo condannato senza esitazioni. Fare i conti con questi avvenimenti rimane un esercizio inutile se non si producono un’azione conseguente e scelte nuove e diverse.
Dei danni del colonialismo italiano ha fatto cenno anche Amare Dawit, ricordando le tradizioni millenarie dell’Etiopia è l’assoluta inutilità dell’intervento voluto dal regime fascista nel Paese del Corno d’Africa. Per Liuba Forte l’intitolazione del giardino deve essere un modo per ricordarci che siamo fratelli e sorelle. Un luogo dove condividere un caffè, e lasciare i confini fuori dal cancello. Senza dimenticare quell’Italia che, attraverso il colonialismo non è stata “brava gente”. Ricordarlo, ha concluso Liuba Forte non è una colpa da portare ma un debito da onorare. Ha concluso la serie degli interventi Maria Grazia Grippo che, riprendendo le parole di Liuba forte, ha ricordato l’importanza della comunità con origine etiope nella nostra città. Convinta, Grippo, che se nessuna intitolazione potrà riparare quello che la storia ha spezzato, la vita di una donna strappata al suo quotidiano, alla sua famiglia, alla sua terra, c’è comunque una forma di giustizia nella memoria di oggi, nel dare il suo nome a questo luogo. Occuparsi di restituire dignità a Romanework, per la presidente del Consiglio comunale, è un passaggio indispensabile per costringerci a rileggere con onestà intellettuale le pagine più difficili del nostro recente passato. In questo senso, anche se #Torino negli ultimi anni è diventata una delle mete più importanti di questo percorso serve un passo ulteriore verso un progresso morale e civile dove i totalitarismi sono sconfitti e il colonialismo condannato senza esitazioni. Fare i conti con questi avvenimenti rimane un esercizio inutile se non si producono un’azione conseguente e scelte nuove e diverse.Marcello Longhin
