Avvolti nella bolla di calore anomalo che quest’anno ha persino preceduto l’estate, potremmo guardare quasi con invidia a coloro che, ottant’anni fa, si trovano alle prese con temperature massime di 28 – 31 gradi, con un picco di 33.8 gradi il 5 agosto. Eppure, in quel 1946 sui giornali si legge di un’estate caldissima e circolano fotografie di persone stremate, intente a tergersi il sudore cercando invano refrigerio. Va detto che Torino vive ancora una fase difficile, ancora fragile per le distruzioni e sofferenze causate da cinque anni di guerra (e con frigoriferi e ventilatori privilegio davvero di pochi).
Oltre tutto, allora chi boccheggiava dal caldo non immaginava che di lì a pochi mesi la città si sarebbe trovata avvolta nel suo inverno più gelido del Ventesimo secolo: 13 gradi sotto lo zero a Natale e addirittura -17.4 in gennaio, con il Po coperto da uno strato di ghiaccio.

Meteorologia a parte, in quell’estate a Palazzo Civico si guarda ormai al traguardo delle elezioni amministrative di novembre: ma non saranno mesi di stasi amministrativa, né tantomeno Roveda e la sua squadra di amministratori, insediati dal CLN l’anno prima, si limiteranno all’ordinaria amministrazione.
I purtroppo molto scarni verbali della Giunta popolare, infatti, riportano una costante attenzione ai bisogni immediati della popolazione: Si registrano la costituzione dell’Ente distribuzione latte (con un credito dell’allora Istituto San Paolo), la commissione per la revisione dei contratti di affitto, a capo della quale viene nominata Maria Savio, già dirigente dei Gruppi di difesa della Donna durante la Resistenza. Altra priorità, l’ammasso del grano e la disponibilità del pane, un tema questo che vede lo scontro con i panificatori, i quali reclamano l’aumento dei prezzi di vendita, allora calmierati: “Per ora la richiesta non può essere accolta, se non vengono fatte delle concessioni alle classi lavoratrici”, taglia corto il sindaco.
Peraltro, nella già citata raccolta del latte, si legge nei verbali, si sono riscontrati casi di annacquamento fino a punte del 23% nei centri di raccolta comunali. Questi ultimi sono ovviamente collocati ovviamente fuori città (Moncalieri, Orbassano e Scalenghe) e quindi, con grande rammarico della Giunta Popolare, non possono essere sanzionati direttamente da Palazzo Civico. Una frode in commercio che la scarsità di latte rende vero e proprio attentato alla salute pubblica, soprattutto nei confronti di bambini, bambine e persone anziane, già messi a dura prova dalle ristrettezze patite durante cinque anni di guerra. Oggi può sfuggire l’importanza di queste vicende, ma è bene ricordare che pane e latte avevano un ruolo nell’alimentazione quotidiana delle classi popolari che oggi è difficile immaginare.
Roveda e i suoi collaboratori, in quelle calde, deliberano anche la cessione pro tempore all’Ente Comunale di Assistenza, per ospitare famiglie sfrattate o senza tetto, di alcuni fabbricati di proprietà comunale, nelle zone di Santa Rita, Barriera di Milano e San Donato. Più tardi, in ottobre, Palazzo Civico chiederà alla Prefettura la sospensione degli sfratti per tutto il periodo invernale.
Tuttavia, pur barcamenandosi tra una serie infinita di problemi immediati da risolvere, o almeno da tamponare, non si trascurano temi più ampi. Il 5 luglio, ad esempio, la Giunta popolare vota all’unanimità un ordine del giorno relativo all’ormai concreta prospettiva della cessione di parti del territorio nazionale a Francia e Jugoslavia. Il documento, che per forza di cose resta sul generico, auspica che i popoli di quei due Paesi “si associno al popolo italiano perché non si attuino le minacciate ingiustizie contro l’Italia”. Italia, va detto, che sotto la direzione del re e del duce – e al traino della Germania hitleriana – nel 1940-41 aveva aggredito a sangue freddo entrambi quei suoi vicini.
Con l’autunno e l’approssimarsi delle elezioni amministrative, la situazione sociale continua a presentare alcune criticità: così, il 21 ottobre, viene comunicata da Roveda l’istituzione di “ristoranti popolarissimi”, il primo dei quali da aprire in via Vigone. In parte sovvenzionati dallo Stato, questi nuovi locali metteranno a disposizione, si legge nel verbale, “una buona minestra, con un prezzo inferiore a quello dei ristoranti in funzione di mense del popolo”.

Al di fuori di Palazzo Civico, in città non mancano le tensioni. Le unanimi esortazioni allo sforzo per ricostruire il Paese, stridono inevitabilmente con interessi sociali differenti. Frizioni che si accentueranno a partire dall’anno successivo, con la fine dell’unità nazionale e l’estromissione di socialisti e comunisti dal governo nazionale. La Camera del Lavoro di Torino, che raccoglie ancora tutte le tendenze del movimento sindacale organizzate nella CGIL, nel 1946 raggiunge i 250.000 iscritti e deve mediare costantemente tra il disagio dei lavoratori e gli equilibri politici nazionali e locali. Nel mese di luglio, anche sotto la Mole si verificano scioperi per ragioni salariali in vari stabilimenti, alla FIAT come alla Lancia o alla Way Assauto. Gli echi delle agitazioni arriveranno anche oltreoceano: il New York Times, il 19 luglio, con l’articolo Italian Cities Hit by General Strike, informa di come “Milano e Torino, i due principali centri manifatturieri italiani, (siano) state paralizzate da scioperi che hanno riguardato tutte le categorie di lavoratori”, riferendo con un certo allarme della presenza di “uomini armati” tra gli scioperanti.
Intanto, la politica scalda i motori per le elezioni amministrative: il 7 novembre si vota e i partiti preparano le liste, che alla vecchia guardia antifascista affiancheranno volti nuovi, i giovani ma anche le donne, che dopo aver raggiunto – sia pure esigua pattuglia – gli scranni dell’Assemblea Costituente, preparano ora l’ingresso in Sala Rossa.
I socialisti e il Partito comunista, allora strettamente uniti, sono ottimisti, alla luce del grande risultato ottenuto al Comune di Milano nella primavera (rispettivamente 220mila e 157mila voti, con ampia maggioranza di seggi a Palazzo Marino): anche Democrazia cristiana, Partito d’Azione e liberali si preparano a raccogliere i frutti del governo della Giunta Popolare, nella quale anch’essi hanno attivamente operato.
Ma come vedremo, a fronte delle diverse aspettative non mancheranno sorprese – talvolta amare – mentre si affacceranno alla ribalta locale, con esiti molto diversi, anche forze politiche esterne all’esperienza del CLN.
(Claudio Raffaelli)
