La Torino del dopoguerra sceglie la Repubblica e vota per la Costituente

2 giugno 1946: anche le donne scelgono tra Repubblica e Monarchia e votano per la Costituente

Il 2 giugno del 1946, sono più di 426.000 le donne e gli uomini torinesi (l’87,4% degli aventi diritto) che si recano alle urne nei 550 seggi allestiti dall’amministrazione comunale, per optare tra monarchia e repubblica. Verrà loro consegnata anche una seconda scheda, per la scelta dei deputati e delle deputate per l’Assemblea Costituente. Un grande esercizio di democrazia, dopo gli anni oscuri del fascismo e della guerra.

La Nuova Stampa del 6 giugno 1946 annuncia l’avvento della Repubblica e la partenza del re per l’esilio

La Repubblica vince di larga misura, in quella che era stata la capitale dei Savoia fin dal XVI secolo, nonché la prima capitale del Regno d’Italia. Saranno infatti il 61,05% dei votanti a scegliere il simbolo dell’Italia turrita, che sulla scheda elettorale indica l’opzione repubblicana. Come loro, votano in tutto circa 12.6 milioni di italiani, In 10.6 milioni (nelle regioni meridionali e nelle isole, i consensi per la Monarchia risulteranno maggioritari) tracciano invece il segno a matita copiativa sullo scudo coronato.

Per l’Assemblea Costituente, un test decisivo per misurare l’influenza dei singoli partiti nell’Italia libera, le urne torinesi vedono primeggiare, di stretta misura, il Partito socialista italiano di unità proletaria. All’epoca, il PSIUP raccoglie ancora tutte le sensibilità del socialismo italiano, che si erano riunificate nel corso della Resistenza e ottiene il 28,6%, pari a poco meno di 120mila voti.

Alcuni anni dopo il referendum, i muri della città recavano ancora le tracce delle scritte della campagna elettorale (Archivio privato)

Sul secondo gradino del podio elettorale si colloca la Democrazia cristiana (27,4%), idealmente in continuità con il Partito popolare, fondato da don Luigi Sturzo e quindi abolito dal fascismo al pari degli altri. La DC, sotto la Mole, è tallonata dal Partito comunista italiano, che raccoglie il 26,4 dei consensi. La forza centripeta verso i tre partiti di massa è forte, i liberali dell’Unione democratica nazionale non arrivano da parte loro all’8%, mentre deludente appare il risultato del Partito d’azione, che pure aveva avuto un ruolo importante nella Resistenza piemontese: gli azionisti si fermano infatti all’1,5% dei suffragi. Non solo: pochi mesi dopo, le elezioni amministrative li vedranno fuori dal nuovo Consiglio comunale, con un risultato ancor peggiore.

Su altro versante politico, si guadagna il 4% dei consensi il movimento L’Uomo Qualunque, una nuova formazione “antisistema” di destra, che in seguito conoscerà a Torino migliori quanto effimere fortune, mentre il 2,3% va alla lista monarchica denominata Blocco Nazionale Libertà. Non raggiungono l’uno per cento dei suffragi il Partito dei contadini, una formazione moderata che ha il suo epicentro piemontese nell’Astigiano, il Partito repubblicano italiano (non ancora rafforzato dall’imminente diaspora azionista) e altre liste.

Martedì 11 giugno, in piazza Castello si festeggia la vittoria della Repubblica
(L’Unità del 13.6.1946, edizione torinese)

La circoscrizione elettorale di Torino, una delle più importanti del Paese (comprende all’epoca, oltre a tutta la provincia, anche quelle di Vercelli e Novara), elegge all’Assemblea Costituente 9 deputati democristiani (tra di essi il vicesindaco Gioacchino Quarello), altrettanti del PSIUP, 8 comunisti (compreso il sindaco Roveda) e 2 esponenti dell’UDN, coalizione di liberali e demolaburisti.

Tra di essi, persone destinate negli anni seguenti a diventare capi dello Stato, presidenti del Consiglio, ministri, dirigenti politici di primissimo piano: si tratta di nomi quali Luigi Einaudi, Oscar Luigi Scalfaro, Palmiro Togliatti, Giulio Pastore o Giuseppe Pella.

La famosa immagine con i ritratti delle 21 donne elette all’Assemblea Costituente

Alcuni altri esponenti politici torinesi o comunque piemontesi risultano eletti in altri collegi, come i socialisti Giuseppe Romita (allora ministro dell’Interno) e Giuseppe Saragat (anche lui destinato nei decenni successivi al Quirinale) o le comuniste Rita Montagnana e Teresa Noce, entrambe nate e formatesi politicamente nel quartiere operaio torinese di Borgo San Paolo.

Il 7 giugno, a Palazzo Civico, nel corso della prima riunione della Giunta popolare dopo le votazioni, il sindaco Roveda sottolinea che “la Repubblica democratica deve essere una forza d’attrazione e di unità del popolo italiano” e aggiunge: ”l’ opera di ricostruzione della Patria sarà tanto più rapida e proficua se tutti i partiti democratici daranno la loro reale collaborazione”. Roveda è anche compiaciuto dalla tenuta del patto interpartitico per il sereno svolgimento delle elezioni, nonché soddisfatto per la buona prestazione della macchina comunale.

Concetti ribaditi in un telegramma indirizzato, a nome di tutta la Giunta, al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, esprimendo la propria soddisfazione “per la maturità democratica dimostrata dagli italiani”.

Martedì 11 giugno, Roveda parla in piazza Castello, di fronte alla Prefettura, alle decine di migliaia di torinesi che celebrano l’avvento della nuova Repubblica: tra la folla sono schierati anche reparti d’onore di quel Regio Esercito che ora diventa semplicemente Esercito Italiano.  Il sindaco insiste sul valore dell’unità nazionale e sulla necessità della concordia a fronte di una situazione economica e sociale che resta difficile, dicendosi certo che Torino sarà all’avanguardia dello sforzo unitario. Al termine, un lungo corteo percorre viali e strade del centro, transitando simbolicamente di fronte a Palazzo Civico.

Schieratasi in grande maggioranza per la Repubblica, il 30 settembre Torino riceverà la visita ufficiale del primo capo del nuovo Stato. Enrico De Nicola visiterà la città ancora intenta a riprendersi dai disastri della guerra, con al suo fianco il Romita e il sindaco, che lo accompagneranno anche presso lo stabilimento della Venchi Unica. “L’omaggio della cittadinanza al Presidente della Repubblica – si legge sul manifesto firmato da Roveda e affisso per l’occasione in tutta la città – deve significare la sicura fede di tutti noi che il nostro Paese, in libertà e in democrazia, risorgerà dalle rovine fasciste per ricostruirsi nel lavoro e nella pace (…).”

Il neopresidente della Repubblica Enrico De Nicola  (secondo da sinistra) visita lo stabilimento della Venchi nel corso della sua visita ufficiale al capoluogo piemontese, il 30 settembre del 1946. Lo accompagna il sindaco Giovanni Roveda (al centro della foto, col braccio sollevato)
Foto Archivio Gazzetta del Popolo

Nella primavera-estate del 1946 i rapporti tra i principali partiti sotto la Mole sono ancora discreti, riflettendo la tenuta della coalizione governativa a livello centrale, incentrata sull’intesa tra i partiti socialista, comunista e democristiano. Ma ben presto, il clima cambierà: già le elezioni amministrative del 7 novembre, vedranno insediarsi a Palazzo Civico una coalizione di soli comunisti e socialisti, anche se si registrano toni ancora piuttosto distesi tra maggioranza e opposizione.

Nuove tensioni, tuttavia, battono già alla porte del Paese: i socialisti si scinderanno già nel gennaio successivo tra la componente facente capo a Pietro Nenni e Giuseppe Romita – maggioritaria – e il nuovo PSLI, il Partito socialista dei lavoratori italiani diretto da Saragat. Una scissione che spaccherà anche il gruppo socialista in Sala Rossa. Poi, a fine maggio del 1947, il Partito comunista verrà estromesso dalla compagine governativa guidata da Alcide De Gasperi, lo stesso accadrà ai socialisti nenniani, in quella fase stretti alleati del PCI.  Sarà l’apertura di una nuova fase storica per il Paese e per l’Europa, all’insegna della Guerra Fredda.

(Claudio Raffaelli)