Confronto sulla situazione del comparto automotive con i rappresentanti dell’Unione Industriali Torino nella seduta del 15 luglio 2026 della Terza Commissione, presieduta da Pierino Crema (PD).
Massimo Richetti, vicedirettore e responsabile Area Lavoro e Welfare e Relazioni sindacali ha spiegato che l’Unione Industriali Torino rappresenta circa 2.300 aziende, per un totale di 130mila addetti (50% manifattura e 50% servizi, alle imprese e alla persona).
Per quanto riguarda l’automotive, l’Unione rappresenta circa 150 imprese, per un totale di 18mila addetti (sono esclude le aziende del Gruppo Stellantis, che dal 2012 non aderisce più all’Unione Industriali).
I primi cinque mesi di quest’anno – ha detto Richetti – sono stati positivi per quanto riguarda le vendite di auto (5.800.000 veicoli, con una crescita del 4%), ma i numeri rimangano ancora sensibilmente inferiori rispetto al periodo pre-Covid (cinque milioni di immatricolazioni in meno all’anno).
I motori endotermici – ha precisato – equipaggiano il 30% dei mezzi venduti, gli elettrici puri il 20%, gli ibridi plug-in il 10%, gli ibridi elettrici il 38%.
Il trend dell’elettrico in Italia è in forte crescita (+75%), ma in termini complessivi riguarda soltanto 64mila auto su 1,2 milioni di veicoli venduti.
L’Italia – ha detto – è il secondo mercato europeo dell’auto (dopo la Germania, escludendo l’Inghilterra). Il primo produttore europeo è il Gruppo VolksWagen (25,8%), seguono Stellantis (15,5%, che registra +27% per il marchio Fiat, ma -21% per Alfa Romeo), Renault e altri. Le auto cinesi hanno una quota del 10% del mercato europeo, con percentuali di crescita impressionanti.
Il comparto crea ancora occupazione e sviluppo, ma il problema – ha affermato Richetti – sono la sovra-capacità produttiva degli stabilimenti europei (circa 5 milioni di veicoli in più), nati prima della concorrenza asiatica e cinese, e la redditività delle imprese (con margini compressi dai forti investimenti nelle tecnologie e dall’aumento dei costi dell’energia).
Ha poi evidenziato che materie prime e tecnologie per la costruzione di batterie sono per ora quasi esclusivamente appannaggio della Cina: servono importanti risorse, economiche e tecnologiche. Torino in questo senso può essere un valido partner – ha affermato.
Byd sta impiegando oltre 100mila ingegneri solo in ricerca sviluppo – ha aggiunto Riccardo Porcellana, responsabile Comunicazione dell’Unione Industriali Torino.
Nel dibattito in Commissione, Claudio Cerrato (PD) ha evidenziato la necessità di investimenti europei nell’innovazione industriale e di politiche attive del lavoro per formare personale sulle nuove tecnologie.
La vicenda è molto complessa – ha affermato Ferrante De Benedictis (FDI) – e occorre fare chiarezza sul “patto segreto” tra la Città di Torino e Stellantis, per capire i piani del Gruppo su Mirafiori e aprire eventualmente all’ipotesi di insediare uno stabilimento Byd a Torino.
Il Governo dovrebbe spiegarci perché Byd non investe a Torino – ha detto Emanuele Busconi (AVS), ribadendo che non c’è alcuna preclusione all’arrivo di un secondo produttore in città. Dobbiamo però pretendere che Stellantis investa sul territorio – ha aggiunto.
La crisi dell’auto non nasce dal tema green, ma ben prima – ha dichiarato Pierino Crema (PD) – e riguarda soprattutto il costo dell’energia.
Il problema è la mancanza di competitività nel mercato europeo – ha evidenziato Silvio Viale (Lista Civica Lo Russo) – e sia questo Governo che i precedenti avrebbero potuto fare molto.
Il mercato dell’auto è internazionale e le sfide sono globali – ha sottolineato la vicesindaca Michela Favaro, rimarcando che non si può tornare indietro sull’auto elettrica.
Ha quindi spiegato che la Città non può rivelare le informazioni riservate sul Patto con Stellantis e che Torino è pronta a cogliere ogni opportunità di investimento sul territorio. Fermo restando che le politiche industriali le fa il Governo – ha concluso.
Nella replica, il vicedirettore Massimo Richetti ha evidenziato che la Cina non ha la frammentazione politica, sindacale e aziendale che ha l’Europa, che ha tempi di risposta e risorse completamente diversi.
La questione – ha affermato – non è il costo del lavoro (che vale l’8% dei costi complessivi), ma la logistica e i costi dell’energia e della burocrazia.
Massimiliano Quirico
