Il 2026 è un anno di importanti anniversari. Ottant’anni fa si svolsero appuntamenti elettorali di portata epocale , dopo il periodo oscuro del fascismo e della guerra. Il 2 giugno del 1946 si svolsero contemporaneamente il Referendum istituzionale che diede vita alla Repubblica Italiana e le votazioni per l’Assemblea Costituente. Successivamente, il 7 novembre, i torinesi votarono per eleggere il proprio Consiglio comunale, che doveva raccogliere il testimone dalla Giunta popolare insediata dal CLN il 27 aprile dell’anno precedente, al momento della Liberazione.
Con il presente, inizia una serie di articoli che racconteranno in forma sintetica, nel corso dei prossimi mesi, queste tappe fondamentali per la rinascita democratica dell’Italia e in specifico della nostra città.
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1946: Torino tra ricostruzione, referendum ed elezioni – Prima parte
Primavera del 1946: la guerra si è conclusa da un anno, con la sconfitta del fascismo, che si spera definitiva. La democrazia è ripristinata, anche ampliata rispetto al periodo prefascista: e nel dibattito politico c’è sostanzialmente spazio per tutti, dallo sparuto drappello dei comunisti internazionalisti di Amadeo Bordiga fino all’estrema destra, che in parte si riorganizza sotto l’ombrello “antipartito” dell’Uomo Qualunque, passando per i partiti del CLN, i quali rappresentano una sorta di anteprima di quello che verrà in seguito definito “arco costituzionale”.
Ma per altri versi, la guerra continua, come battaglia quotidiana contro la scarsità di cibo, di combustibile, di posti di lavoro e di case. Torino non è messa meglio del resto del Paese, anzi ha pagato cara la sua importanza economica e produttiva, un terzo degli edifici – comprese molte fabbriche – sono stati distrutti o danneggiati dai bombardamenti degli Alleati e si contano circa 50.000 disoccupati, oltre a migliaia di sfollati. A ogni levar del sole, settecentomila persone – tanti sono gli abitanti censiti all’epoca – combattono questa battaglia per la vita nei posti di lavoro, nei mercati rionali e nelle strade.

Il clima di unità nazionale tra i principali partiti politici (eredità della Resistenza, sopravvivrà ancora un anno soltanto), non riesce a stemperare le tensioni sociali indotte da una ripresa lenta e difficile. Recuperare la normalità quotidiana, distrutta dalle bombe degli Alleati e dal terrore nazifascista è un’impresa difficile, figurarsi il costruire un Paese nuovo.

In prima linea per forza di cose, combatte anche la Giunta popolare con a capo Giovanni Roveda, insediata a Palazzo Civico dal Comitato di Liberazione Nazionale il 28 aprile 1945, in attesa delle elezioni amministrative. Queste ultime, previste inizialmente per il marzo ’46 si svolgeranno soltanto a novembre, nonostante le pressioni esercitate dal Comune sul Ministero dell’Interno per abbinarle al voto per la Costituente e il referendum istituzionale.
La campagna elettorale si preannuncia intensa, la cittadinanza viene chiamata a decidere liberamente, dopo più di vent’anni, non soltanto chi governerà il Paese e ne scriverà i nuovi princìpi e regole, ma il suo stesso assetto costituzionale. In gioco non ci sono soltanto Palazzo Chigi e gli scranni parlamentari, lo è anche il Quirinale: lo storico palazzo romano è in quei giorni ancora sede ufficiale di una monarchia screditata, compromessa con il fascismo e pienamente complice delle sue guerre e delle leggi razziali.
Una data è comunque già fissata, ed è destinata a passare alla Storia. Il 2 giugno, per i calendari delle case italiane, sarà ancora per poco un giorno qualunque, dedicato a San Felice o da ricordare quale compleanno di qualcuno: sta per diventare il simbolo di una nuova Italia.
Alla Giunta popolare di Palazzo Civico spetta quindi anche il compito, quasi titanico nelle difficoltà del momento, di garantire l’organizzazione e il regolare svolgimento del duplice appuntamento elettorale. Una novità epocale aumenta il lavoro da svolgere: si tratta delle prime elezioni veramente a suffragio universale, perché finalmente anche le donne avranno il diritto di votare e di candidarsi.

La Giunta popolare, sin dal suo insediamento, è alle prese con mille problemi, dalla distribuzione del latte al ripristino delle alberate devastate, durante i rigidi inverni di guerra, dal disperato bisogno di legna da ardere.
Ci sono migliaia di sfollati, la disoccupazione, gli aumenti contrattuali per i dipendenti dell’Azienda Energetica Municipale, c’è poi in ballo la ricostruzione di una piazza San Carlo duramente segnata dai bombardamenti degli Alleati… La lista completa sarebbe chilometrica e in più, ora si devono trovare il modo e i soldi per allestire su tutto il territorio comunale le 550 sezioni elettorali che dovranno sostenere la carica dei 487mila donne e uomini chiamati alle urne.
Inoltre, la compilazione delle liste degli elettori ed elettrici è un’operazione complessa, in una situazione in cui sfollati e senza tetto sono ancora numerosi. Saranno comunque elenchi elettorali, come sosterrà la Giunta rintuzzando alcune insinuazioni, “fatti con tutto scrupolo“. In più, già il 3 maggio Roveda annuncia alla Giunta che “la distribuzione dei certificati elettorali è pressoché ultimata” e che la settimana successiva riprenderà l’emissione delle carte d’identità.

Anche banalità come l’acquisto di migliaia di matite copiative a 15 lire l’una o le spese per l’allestimento dei seggi diventano materia impegnativa. Fortunatamente per le esauste casse di Palazzo Civico, un decreto luogotenenziale del 23 aprile ha stabilito che stampa e fornitura delle schede necessarie per le due votazioni (a Torino ne occorrono più di un milione e mezzo) siano a carico del Ministero dell’Interno, per garantirne l’omogeneità su scala nazionale.
In quella primavera del ’46, l’atmosfera nel Paese è tesa, l’esito non è dato per scontato. Certo, il fronte repubblicano (forse oggi si direbbe, giornalisticamente, “pro rep”) è da parte sua vasto e articolato, imperniato sui partiti già componenti il CLN, e che ora rappresentano l’ossatura del governo De Gasperi. Ma è chiaro che la monarchia, rappresentata da Umberto II di Savoia – il quale passerà alla Storia come il “re di maggio” – dispone ancora di un ampio consenso, che risulterà maggioritario nel Sud ma non soltanto, come nel caso di vaste zone rurali del Piemonte.
Nel capoluogo, il 21 maggio, i partiti, in questo sollecitati dal prefetto nelle settimane precedenti, siglano un patto “per mantenere la lotta elettorale sul terreno di legalità e civiltà che si addice alla città”.

A questo fine, viene costituito un organismo unitario “che potrà essere convocato in ogni momento per prevenire incidenti”. Un patto che evidentemente funzionerà, tanto che Roveda, nella seduta del 7 giugno, potrà compiacersi del fatto che a Torino la campagna elettorale e le operazioni di voto si siano svolte in maniera ordinata e pacifica, “senza il minimo incidente”, congratulandosi con i partiti e con il personale municipale che ha garantito la regolarità del servizio. In un telegramma al presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, il primo cittadino “esprime vivo augurio che tutti gli italiani si mantengano uniti nell’opera di ricostruzione della patria repubblicana e democratica”. I rappresentanti della Democrazia cristiana, dei partiti comunista e socialista, dei liberali e del Partito d’Azione “aggiungono la loro approvazione e i più fervidi auguri per l’avvenimento (sic) della Patria e della nostra Città”.
Ma quali sono stati i risultati delle elezioni e del referendum, sotto la Mole? (Segue)
(Claudio Raffaelli)
