Sud Sudan, un Paese dimenticato tra risorse naturali e guerre

L'incontro in Sala Colonne promosso dalla Fondazione Cesar
Il Sud Sudan, in Africa Orientale, è un Paese profondamente segnato dalla violenza e dalla miseria. Proclamatosi indipendente nel 2011, dopo un’aspra lotta per ottenere la separazione dal Sudan, è tuttora dilaniato dagli scontri armati tra le fazioni. Quello che è il più “giovane” Stato sovrano del pianeta soffre molto, del quale poco si parla e che pure è coinvolto pienamente il quella porzione dello scacchiere geopolitico che è compresa, con mille varianti, tra Medio Oriente, Golfo Persico e Corno d’Africa. Con grande attenzione, da parte di varie potenze regionali e mondiali, verso le risorse naturali di un Paese ricco di acqua e di giacimenti auriferi e petroliferi.
Beni strategici a fronte dei quali sussiste una popolazione povera e in gran parte malnutrita : dati del Programma Alimentare Mondiale affermano che 7.5 milioni di persone affronteranno nei prossimi mesi “livelli gravi di insicurezza alimentare”. Oltre tutto, con i suoi 11.3 milioni di abitanti, Sud Sudan ha conosciuto l’afflusso di 1.3 milioni di profughi provenienti dal Sudan.
La drammatica situazione in Sud Sudan, verso la quale il livello di attenzione mediatico appare non dei più altri, è stata riassunta questa mattina nel corso di un incontro a Palazzo Civico promosso dalla Fondazione Cesare, intitolata alla memoria di monsignor Cesare Mazzolari e da anni attiva nel Paese africano – oltre che in altre zone del Continente – con vari progetti educativi e assistenziali.
L’incontro, nel corso del quale è stato presentato un documentario relativo alla situazione della popolazione sud sudanese, significativamente intitolato “Ultimi”, è stato introdotto dal saluto istituzionale del vicepresidente vicario del Consiglio comunale Domenico Garcea, che ha ringraziato gli organizzatori per aver acceso i riflettori su un pezzo di umanità “segnato da guerra, povertà e sofferenza, ma soprattutto dal silenzio del resto del mondo”.
Garcea ha poi definito il documentario “un invito a guardare negli occhi persone che troppo spesso restano invisibili: donne, bambini, famiglie che vivono ogni giorno situazioni drammatiche”. Iniziative come quella odierna, ha poi concluso, “ci ricordano che dietro ai numeri e alle notizie ci sono esseri umani, storie e dignità che non possiamo ignorare”.
(C.R.)