Condanna dell’Italia da parte della Corte Europea per i Diritti dell’uomo sul caso Raddi: la sentenza illustrata in Commissione Legalità

La tragedia di Antonio Raddi, il ventottenne deceduto il 30 dicembre 2019 mentre era recluso nel carcere “Lorusso e Cutugno” di Torino, è tornata al centro del dibattito politico e giuridico torinese durante la seduta della Commissione Legalità e Diritti delle persone private della Libertà. L’incontro è stato convocato per analizzare la recente e storica sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che ha condannato l’Italia per la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea, relativi al diritto alla vita e al divieto di trattamenti inumani e degradanti. In sede di apertura dei lavori, il presidente della Commissione Legalità e Diritti delle persone private della Libertà personale, Luca Pidello ha sintetizzato il senso della riunione nella necessità di prendere atto delle dinamiche che hanno condotto alla morte del giovane e di fare in modo che la pronuncia di Strasburgo serva da monito e sprone per ridefinire le tutele all’interno degli istituti di pena. Monica Gallo, ex Garante dei diritti dei detenuti della Città di Torino, ha ricostruito la cronistoria dei mesi precedenti la scomparsa di Antonio Raddi. Entrato in carcere ad aprile 2019 in buone condizioni, la situazione del giovane è precipitata a luglio dopo un isolamento di dieci giorni in una cella priva persino del mterasso. Da quel momento l’Ufficio della Garante ha inviato fitte segnalazioni per denunciarne il gravissimo deperimento organico, rimaste inascoltate. L’Area Sanitaria, ha riferito Gallo, ha costantemente minimizzato il quadro parlando di atteggiamento “strumentale”, mentre si susseguivano colpevoli ritardi, mancati ricoveri e dimissioni affrettate. Raddi è giunto così alle Molinette a metà dicembre in condizioni ormai irreversibili, spegnendosi pochi giorni dopo per un’infezione batterica favorita dalla forte debilitazione, senza che in tutto questo tempo sia mai stato visitato di persona dai vertici del carcere e da sanitari del crcere. L’avvocato Gianluca Vitale, legale della famiglia Raddi e rappresentante della Camera Penale, ha successivamente illustrato il valore della sentenza di Strasburgo, giunta dopo che la magistratura italiana aveva inizialmente archiviato l’inchiesta penale considerando il decesso come un evento imprevisto. Vitale ha spiegato come la Corte Europea abbia invece ristabilito la verità, chiarificando che non solo non vi sia stata alcuna prova del rifiuto delle terapie da parte di Raddi, ma che, anche se questa fosse stata presente, lo Stato avrebbe comunque avuto l’obbligo inderogabile di tutelarne la vita e la salute, visto che una persona privata della libertà non ha possibilità di ricorrere a cure alternative autonomamente. Le perizie medico-legali hanno confermato un nesso diretto tra l’imponente calo di peso corporeo, la mancata diagnosi precoce del quadro patologico e il crollo delle difese immunitarie che ha reso l’infezione letale. In merito alle azioni concrete praticabili dall’Amministrazione locale, l’avvocato Roberto Capra ha evidenziato come la Città, oltre alle iniziative già in atto, dovrebbe incrementare e promuovere protocolli d’intesa volti a sostenere progetti di reinserimento socio-lavorativo e di supporto abitativo per le persone detenute o uscite dal percorso penitenziario. Diletta Berardinelli, attuale Garante dei Diritti delle persone detenute, ha sottolineato come sia necessario intervenire urgentemente sul fronte sanitario in un contesto nel quale vivono persone con disturbi psichiatrici e con una popolazione anziana in aumento mentre la dottoressa Carolina Di Luciano, in rappresentanza dell’associazione Antigone, ha posto l’attenzione sul valore della sentenza europea di condanna dello Stato italiano sottolineando come, tuttavia, le responsabilità individuali, legate alla morte di Antonio Raddi, non siano state ancora individuate.

F.D’A.