L’ultimo rapporto Global Trends dell’UNHCR, pubblicato una settimana fa, fornisce i dati sui movimenti dei #rifugiati nel mondo, le persone costrette alla fuga dal proprio Paese: 117,8 milioni nel 2025, 123 milioni nel 2024. Il 70% vive in esilio prolungato, dipendente dall’assistenza umanitaria. Per invertire questa tendenza, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati promuove iniziative destinate a creare opportunità di lavoro, accesso all’istruzione e soluzioni durature, in condizioni di sicurezza e dignità. Come ha spiegato Rachele Meo, intervenuta in rappresentanza di UNHCR, questa mattina in Sala Rossa, durante le celebrazioni per la Giornata mondiale del rifugiato, perché ciò avvenga serve una strategia inclusiva per i rifugiati, che ne consenta l’autonomia e offra loro la possibilità di contribuire attivamente alle economie locali in cui vivono. Praticamente il lavoro svolto negli ultimi vent’anni a Torino dall’associazione Mosaico che ha organizzato l’evento di questa mattina, in collaborazione con la Città. Come hanno ricordato, durante la cerimonia, il direttore Berthin Nzonza, e la presidente Colette Meffire, l’associazione Mosaico si occupa di progetti per il sostegno, l’orientamento e l’integrazione delle persone rifugiate, operando in rete con le altre realtà del territorio, Questi vent’anni, in cui sono arrivate soddisfazioni e non sono mancate le difficoltà, sono serviti soprattutto per dimostrare che i rifugiati possono essere una risorsa e non devono essere considerati una minaccia. Un concetto più volte ripreso nei racconti di rifugiate e rifugiati, arrivati nel nostro Paese in questi ultimi anni. In Sala Rossa, oggi, hanno raccontato la propria esperienza di fuga dalla guerra, dalla crisi economica o dalla mancanza di libertà. Storie di sofferenza e di coraggio, dello spaesamento all’arrivo in una città sconosciuta e nel confrontarsi con un mondo nuovo. Ma #Torino è città capace di accogliere e l’incontro con Mosaico agevola l’inserimento. Lo ha ricordato anche il consigliere Abdullahi Ahmed, testimone di un’esperienza molto simile, ventenne in arrivo dalla Somalia, aiutato a superare sbarramenti linguisti e burocratici dai volontari dell’associazione. Per la presidente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo, che ha fatto gli onori di casa, quella di Mosaico è una scommessa vinta ma il lavoro da fare è ancora molto. Perché sono aumentati i fronti dell’emergenza, in numero e per intensità. E perché, nei contesti in cui si dovrebbe lavorare per la normalizzazione dell’impatto migratorio sulle comunità locali, stanno invece prevalendo narrazioni che inquinano il dibattito pubblico, che impoveriscono i ragionamenti, che polarizzano le posizioni e ci allontanano dall’obiettivo della convivenza pacifica. Su posizioni simili si è espresso Jacopo Rosatelli, che ha chiuso la serie degli interventi in Sala Rossa.

L’assessore al welfare della Città di Torino, citando l’entusiasmo con il quale una parte del Parlamento europeo ha accolto ieri pomeriggio l’approvazione del nuovo regolamento sui rimpatri, si è detto preoccupato per la recrudescenza di atteggiamenti che provano a limitare i diritti delle persone. In tal senso, Rosatelli ha sottolineato invece l’importanza del lavoro quotidiano di Mosaico, continuo stimolo anche per le istituzioni di una città comunque fortemente impegnata nel sociale. A margine della cerimonia, Abdullahi Ahmed ha ricordato la delicata situazione di Awale Jeuray, ventisettenne di origine ghanese impegnato nel sociale con il progetto di riqualificazione urbana Keep Torino Clean, che rischia il rimpatrio perché non gli è stato rinnovato il permesso di soggiorno. Jeuray è salito agli onori della cronaca l’anno scorso quando, dopo essere intervenuto per difendere un’anziana da uno scippo a Porta Palazzo, è stato aggredito a colpi di machete dagli amici del ladro che ha fatto arrestare e ha quasi perso l’uso della mano sinistra. Ora, con una lettera aperta, chiede di poter continuare a vivere e lavorare nella nostra città.
Marcello Longhin
